“Solidarity Now, dalla crisi possiamo uscirne insieme”

Elstat, l’istituto statistico greco, ha appena pubblicato i nuovi dati sul tasso di disoccupazione: a gennaio 2013 ha raggiunto il 27,2%, 1,5% in più che a dicembre (25,7). Un anno fa era al 21,5%. La cura dell’austerità imposta al paese sta avendo questo devastante effetto collaterale. Lo stesso che si sta producendo in Spagna, in Portogallo (e anche in Italia). Eppure, nella Grecia della Grande Depressione, ci sono storie di resistenza, di iniziative nate dalla società civile per far fronte al degrado economico e sociale. Come quella di Constantinos Polychronopulos, un disoccupato che ha creato O Allos Anthropos (l’Altro Uomo), una cucina all’aria aperta per sfamare i poveri di Atene. È partito un anno e mezzo fa e oggi, non senza fatica, è riuscito a mettere in piedi un gruppo di volontari che si danno il cambio per dare un pasto caldo a chi non ce l’ha. (Ho raccontato la storia di Constantinos qui). Ci sono tante storie come questa in Grecia in questo momento, tante iniziative nate spontaneamente dalla società civile. Ed è ad ese che si rivolge il progetto della Fondazione Open Society (l’organizzazione benefica creata dal finanziere George Soros). Si chiama “Solidarity Now”. In questo articolo pubblicato da Redattore Sociale, racconto di che cosa si tratta. Buona lettura.

(da Redattore Sociale del 09/04/2013)

ATENE – Se c’è un posto in Grecia che descrive meglio di altri gli effetti della crisi è Perama, un sobborgo portuale, nel Pireo, a 15 chilometri da Atene: 26 mila abitanti e un tasso di disoccupazione al 60 per cento, più del doppio della già insostenibile media nazionale. È nei luoghi come Perama che si concentrano tutte le contraddizioni della Grecia nel suo sesto anno di recessione economica. La via del porto, con la sua lunga fila di capannoni chiusi di cantieri navali che non hanno commesse, è una delle tristi fotografie della Grande Depressione. Ma nelle pieghe dell’austerità sono nate qui, come in altre parti del Paese, piccole e grandi iniziative di resistenza, per aiutare chi in questi anni – inimmaginabili due lustri fa quando prosperava il sogno olimpico di Atene 2004 – non trova altre reti di protezione contro la povertà e l’esclusione sociale. A queste iniziative è rivolto il nuovo progetto della Fondazione Open Society. Il nome in inglese è Solidarity Now, Solidarietà Adesso, a testimoniare l’urgenza di agire in una situazione che non può più aspettare gli attendismi della UE e delle negoziazioni con la troika dei creditori internazionali.

“Vogliamo dare appoggio alle iniziative che nascono dalla società civile greca. L’iniziativa parte dalla nostra organizzazione ma è aperta ad altri contributi”, dichiara Jordi Vaquer, direttore di Open Society Iniciative per l’Europa. Il progetto è anche una raccolta fondi, da individui o organizzazioni, per promuovere le azioni di ong o gruppi di persone che stanno lavorando in Grecia per alleviare gli effetti della crisi. Le aree prioritarie di intervento sono tre: la salute, l’assistenza legale (per esempio per chi ha problema di debiti o per i rifugiati) e la creazione di posti di lavoro. “Adesso abbiamo quattro persone ad Atene. L’unica azione che abbiamo fatto noi direttamente sono stati gli aiuti per pagare il gasolio per il riscaldamento. In quel caso abbiamo dato contributi diretti a scuole e altre istituzioni”, racconta Vaquer. Un intervento diretto reso necessario dall’emergenza che si è avuta lo scorso inverno quando l’aumento del prezzo del combustibile di oltre il 40 per cento ha reso impossibile per molti provvedere autonomamente al riscaldamento delle proprie case. 
Che la prima area di azione prioritaria dell’iniziativa sia la salute non deve sorprendere. Se si è disoccupati da più di un anno in Grecia si perde la copertura sanitaria e questo sta avendo grandi ripercussioni in un Paese con la disoccupazione che sfiora il 27%. E proprio per questo a Perama Medici del Mondo ha aperto due anni fa un’altra clinica per assistere gli esclusi del sistema nazionale. Se nell’altra sede dell’organizzazione, nel centro di Atene, i pazienti sono in maggioranza stranieri, nel sobborgo portuario il 90 per cento sono cittadini greci. Anche per questo Solidarity Now include tra i luoghi di azione propritaria Perama, insieme al centro di Atene e alla zona a ovest di Salonicco, la seconda città del Paese.

L’idea che sottende il progetto è, sottolinea il direttore di Open Society Iniciative per L’Europa, che “dalla crisi possiamo uscire insieme” perché “il sentimento di solidarietà tra i cittadini europei è più forte che tra i governanti”. Vaquer cita al proposito i risultati di un sondaggio realizzato a marzo dall’organizzazione secondo cui il 67 per cento degli europei crede che i vari Stati debbano mostrare solidarietà e lavorare insieme, contro il 33 per cento che crede che ogni Stato deve guardare al proprio interesse. Nello stessa rilevazione emerge che l’85 per cento degli intervistati ritiene che il sentimento di unità e solidarietà è stato seriamente colpito dalla crisi economica in un’Europa che ha spesso colpevolizzato i cittadini greci per la situazione in cui versa il Paese. “C’è stato un sentimento di responsabilizzazione dei cittadini comuni per quello che è successo, e non è giusto”, dice Vaquer. Lo stesso pensa il 74 per cento degli europei intervistati nel sondaggio di Open Society secondo cui la popolazione greca sta ingiustamente pagando le conseguenze di una crisi che non ha creato.

Per il lancio dell’iniziativa Open Society ha realizzato un video in cui sulle immagini di Atene e di altre zone della Grecia scorrono messaggi di solidarietà. Uno è questo: “Quando le struttre cadono, quando i sistemi falliscono, sono le persone che devono sostenersi”. Ma non c’è in questo modo il rischio di creare un welfare parallelo? Vaquer crede che il rischio c’è ma che la Grecia ha una situazione sociale che potrebbe evitarlo. “Quello che mi piace del fatto di lavorare in Grecia è che la gente non da per scontato l’aiuto che riceve e si mobilita per contribuire. Non si ‘accomodano’ sugli interventi delle ONG. Molte persone sono rimaste fuori dalla rete di protezione sociale. E la società greca cerca, fin dove può arrivare, di evitare che questo accada. Non rimangono con le braccia conserte”. “Però”, riconosce il direttore di Open Society Iniciative per L’Europa, “è evidente che alla larga lo Stato deve tornare a prendere le redini”. “Guardiamo alla Grecia con preoccupazione non per quello che ha di eccezionale ma per quello che ha di normale. Perché ci racconta una storia dell’Europa che non ci piace. Ci preoccupa la direzione in cui sta andando l’Europa. Non è tollerabile la sofferenza umana causata dalle politiche di austerità a tutti i costi”, aggiunge. C’è l’intenzione di estendere l’iniziativa ad altri paesi?  “Ci piacerebbe poter rispondere di no. E magari sia così”. (mariangela paone)

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